Negli anni 90 del 1800, Kazumasa Ogawa, un fotografo giapponese, capì come fare qualcosa che nessun altro al mondo era riuscito a fare: catturare fino a 25 tonalità diverse in una singola immagine stampata, in un’epoca in cui sei o otto colori erano considerati il limite massimo in qualsiasi altro contesto.
Ogawa, nato nel 1860 in una delle ultime famiglie samurai del Giappone, aveva già vissuto una vita non ordinaria prima della scoperta: iniziò come apprendista fotografo in adolescenza, aprì il suo studio fotografico a 17 anni e si imbarcò per l’America sulla nave USS Swatara a 22 anni, diventando il primo cittadino giapponese a studiare fotografia all’estero. Quando rientrò a Tokyo nel 1884, portò con sé più che le semplici nozioni tecniche. Unì la collotipia occidentale (un processo meccanico per la riproduzione di immagini da negativi di vetro) alle tradizionali tecniche di colorazione a mano giapponesi, inventando quella che chiamò cromocollotipia.
Tra il 1894 e il 1896, Ogawa applicò la sua invenzione ai fiori. Lavorando con primi piani ravvicinati e isolati, fotografò fiori autoctoni giapponesi. Il suo portfolio Gigli del Giappone del 1896 rimane il suo lavoro più celebre e presenta dodici squisiti esemplari di giglio, prima in bianco e nero, poi ripubblicati come cromocollotipi a colori come parte di Alcuni fiori giapponesi.
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Kazumasa Ogawa